Sono stati prodotti numerosi film dedicati al karate, risse e vendette consumate a suon di colpi improbabili di ometti urlanti con fasce colorate sulla fronte e avvolti in bizzarri kimono.
Gikin Funakoshi disse: "Non ci sono dispute nel karate" ed infatti prima della seconda guerra mondiale, ad Okinawa, il kumite non era parte integrante dell'insegnamento e Shigeru Egami riferisce che, nel 1940, alcuni karateka furono cacciati dal dojo, perchè usavano combattere facendo a pugni.
Il Dojo kun predica, infatti, l'autocontrollo e l'astensione dalla violenza. Al kumite libero, quello in cui i contendenti possono attaccare e difendersi senza dichiarare i colpi che stanno per portare, si giunge dopo diversi anni di pratica continua, inoltre si sostiene sempre in presenza del maestro.
Gikin Funakoshi disse: "Non ci sono dispute nel karate" ed infatti prima della seconda guerra mondiale, ad Okinawa, il kumite non era parte integrante dell'insegnamento e Shigeru Egami riferisce che, nel 1940, alcuni karateka furono cacciati dal dojo, perchè usavano combattere facendo a pugni.
Il Dojo kun predica, infatti, l'autocontrollo e l'astensione dalla violenza. Al kumite libero, quello in cui i contendenti possono attaccare e difendersi senza dichiarare i colpi che stanno per portare, si giunge dopo diversi anni di pratica continua, inoltre si sostiene sempre in presenza del maestro.
Per l'estrema pericolosità dei colpi, non è possibile colpire l'avversario con la massima potenza, ma occorre bloccare la tecnica nel momento stesso del contatto. L'impegno profuso, la concentrazione dimostrata e l'esecuzione perfetta delle tecniche sono discriminanti valutate per decretare il vincitore nelle gare. Il kumite, nella piena osservanza dei precetti del Dojo kun, proibisce l'uso indiscriminato della violenza e richiede che si manifesti il proprio rispetto nei confronti dell'opponente sia con l'inchino rituale, che si effettua all'inizio ed alla fine dello scontro, sia impegnandosi al massimo delle proprie possibilità qualsiasi sia il livello del'avversario.
Al di là delle tecniche veloci e potenti, uno degli aspetti che più colpisce chi osserva un incontro di karate, è il kiai, l'urlo che accompagna i colpi decisivi. Molti suppongono che il kiai sia un urlo per emesso spaventare l'avversario, in realtà si tratta di un'emissione di suoni che deriva dalla contrazione istantanea dei muscoli di tutto il corpo, attività involontaria che si effettua al momento di portare la tecnica definitiva, ovvero quel colpo che, se raggiunge l'avversario, conclude l'incontro.
Va ricordato che nel karate non si combatte per sconfiggere l'avversario o per dimostrarsi a lui superiore, ma solo per migliorare e mettere alla prova se stessi. Nel karate ciò che conta non è vincere, ma l'idea di non perdere, e chi combatte con rispetto, impegnandosi e non lasciandosi prendere dalla furia agonistica e dalla rabbia, anche se sconfitto, non sarà mai considerato perdente.
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