mercoledì 24 luglio 2019

oRei il saluto nel karate-d

"Il karate inizia e finisce con il karate".
Il termine "rei" (saluto) deriva da "keirai" (saluto-inchino) ed è un concetto fondamentale per tutte le arti marziali, perché è espressione di cortesia, rispetto e sincerità.
Il Maestro Funakoshi scriveva: "Senza cortesia il valore del karate va perso".
Il rituale del saluto è semplice nella sua forma esteriore, ma complesso nel suo aspetto interiore. E' una presa di coscienza di se stessi, dei compagni, della palestra e dell'arte che si sta per praticare e non deve mai diventare un automatismo, un'abitudine o un obbligo imposto dal maestro. Il praticante attraverso il saluto si predispone all'allenamento, che richiede pazienza, umiltà e controllo dei propri sentimenti e dunque un lavoro disciplinato, costante e diligente. Questo è lo spirito della via marziale: l'umiltà è un atteggiamento che bisogna assumere nella vita: la prima lotta da vincere è quella contro la propria presunzione. La complessità simbolica del saluto implica, in senso posturale, un allineamento perfetto del ventre, del busto e della testa, centri rispettivamente della volontà, dell'emotività e dell'intelletto. La posizione del saluto è verticale ed esprime la via spirituale; si inclina poi orizzontalmente ad indicare la via materiale.
Dal punto di vista tecnico il saluto può essere: collettivo od individuale, effettuato in piedi o nella tipica posizione inginocchiata giapponese.
Prima di entrare in palestra, luogo dedicato alla "via" e dove l'impegno è sacro, bisogna salutare. Si rimane in piedi, l'inchino deve essere discreto e sincero, ed eseguito ogni qual volta il karateka si pongano di fronte o eseguano un esercizio di kata. 
Il saluto in piedi è scandito in tre tempi: per prima cosa si uniscono i talloni in modo che i piedi formino un angolo di 90°; poi mantenendo il busto e la nuca ben eretti, si portano le mani con dita tese e serrate lungo le cosce e si mantiene questa posizione fino a che lo stato d'animo si sia fatto calmo e consapevole; infine si piega avanti il busto, che deve restare rigido e la testa non deve superare questa inclinazione. Tale atteggiamento significa: "io sono disponibile". Nell'ultimo tempo si torna alla posizione eretta: "sono presente con il corpo, l'anima e lo spirito".
Il modo corretto per eseguire il saluto da posizione inginocchiata è questo: girare leggermente le anche in senso orario e posare a terra il ginocchio sinistro poi quello destro, le dita dei piedi restano a contatto, mentre i talloni, posti verso l'esterno, formano un appoggio che viene usato per sedere.Schiena e testa erette, mani poggiate sulle cosce, spalle rilassate e ginocchia aperte in modo naturale determinano una postura stabile. il praticante deve tenere la colonna vertebrale diritta per poter respirare in modo corretto. La posizione inginocchiata è indicata per eseguire la meditazione taciturna, che viene effettuata nel più profondo silenzio per consentire il raggiungimento dell'armonia e della concentrazione. Elementi essenziali di questa cerimonia sono l'immobilità fisica ed il silenzio, che permettono di spogliarsi delle proprie preoccupazioni e di farsi ricettivi agli insegnamenti impartiti dal maestro. Il secondo tempo del saluto consiste nell'inchino: il viso si avvicina al terreno ed alle mani, poste a triangolo, con le punte delle dita distese in avanti ed i pollici in squadra. Si poggia prima la mano sinistra, poi quella destra: un'eredità degli antichi samurai, che così potevano sguainare agevolmente la spada in caso di necessità, anche da questa posizione. 
Le espressioni verbali, che accompagnano il saluto, sono scandite dal capofila ed iniziano sempre con lo: "shomen ni rei", l'inchino al lato anteriore della palestra, che esprime la riconoscenza dei praticanti per il karate a significare che prima di dedicarsi alle cose mondane, l'uomo deve rivolgersi a qualcosa di più grande ed importante di lui. Prosegue con il "sensei ni rei", l'inchino al maestro, se presente, oppure con il "senpaini rei", l'inchino all'allievo più anziano che sostituisce il maestro. "Otagai ni rei" è l'inchino l'un l'altro: simboleggia l'unità ed rispetto che si deve agli altri. "Shihan ni rei" è, invece, l'inchino al maestro superiore, altamente onorato di 9° o 10° dan, esterno dalla gerarchia della scuola, che insegna nel dojo solo in rare circostanze.
Nella parte finale del saluto, si torna alla posizione eretta.
La tradizione vuole che durante il rituale di apertura e di chiusura della lezione il maestro si tenga di fronte al centro del muro nord della palestra, punto in cui si trova appeso il quadro con l'immagine del fondatore dello stile. Gli allievi stanno dietro di lui, allineati da est a ovest, ordinati per grado.
Dopo il saluto vengono enunciate le cinque regole di palestra (dojo kun), il maestro si alza e gli allievi rispettando l'ordine di grado, lo imitano, ritornando alla posizione iniziale.
"Rei" è un'occasione di riflessione per ogni praticante circa il comportamento da tenere verso gli uomini e verso la vita.
Il saluto è l'anima dell'arte marziale: se andasse perso, perso sarebbe anche il valore dell'arte marziale.

Nessun commento:

Posta un commento