martedì 23 luglio 2019

Le armi del karate


Ad esclusione di qualche arma rituale, come nunchaku, tonfa, sai e bastone, il karate viene praticato esclusivamente a mani nude.
Il karate prevede tecniche di percussione con tutti gli arti del corpo (pugni, calci, gomiti, ginocchia, ecc.), dette "atemi waza", che sono alla base dello studio dell'arte. I colpi non vengono affondati alla ricerca del kO dell'avversario, ma vengono arrestati  per motivi di incolumità, anche se le tecniche devono dimostrare il loro potenziale ed essere eseguite arrestandole con un controllo per non arrecare danni. Il regolamento di gara, infatti prevede, in linea di massima, un lieve contatto a livello addominale, nessun contatto con tecniche di braccio al volto e un lievissimo contatto con tecniche di calcio al volto. L'eventuale ausilio di protezioni preventive (conchiglie, paradenti, corpetto, partibia-piede, guantini), nella pratica del kumite, completano il regolamento nella massima tutela dei praticanti. 
Le tecniche di braccia prevedono l'utilizzo del pugno chiuso, ma anche del palmo, del dorso e del taglio della mano, così come del polso, dei gomiti e dell'avambraccio, mentre le tecniche di gamba utilizzano i piedi e le ginocchia.
L'arma principale del karate è il pugno (ken), che viene usato per le varie colpire le parti sensibili del corpo umano. Altri colpi sono il gomito che può essere usato per tirare colpi al viso, al petto o ai fianchi e la parte anteriore della fronte e la posteriore alta della testa.
  •  impara a sferrare i pugni. Il karate usa delle tecniche di pugni diretti con una torsione del polso in prossimità del punto di impatto ed il bersaglio si colpisce con le prime due nocche; 
  • aggiungi il kiai, il suono che viene pronunciato da chi esegue un movimento di attacco come un pugno con lo scopo di rilasciare l'energia accumulata dal karateka, aumentando la forza d'impatto dell'attacco;
  • impara le parate di base. Dato che la funzione principale del karate è l'auto-difesa e non l'offesa, esistono una serie di tecniche basilari per bloccare l'attacco avversario e proteggersi in ogni situazione,
  • esegui i calci di base. Sebbene il karate sia un'arte marziale "a mano aperta", prevede comunque una serie di calci che vengono sferrati per tenere a distanza l'aggressore o quando la parte superiore del corpo non può muoversi perché deve parare o schivare un colpo.
Caratteristica fondamentale di quest'arte marziale è quella di concentrare tutta la forza dell'individuo in singoli colpi risolutivi, in risposta all'attacco dell'avversario. Lo schema attacco- parata e contrattacco mostra ancora una volta come si tratti di uno sport da difesa, non da attacco e aggressione: imparare a difendersi, ma nel massimo rispetto dei compagni e, soprattutto, dell'avversario.

Tecniche per l'allenamento nel karate

Ci sono molti stili di karate, da quello tradizionale a quelli occidentali moderni al karate sportivo, ma le tecniche di base restano invariate.
L'allenamento di solito prevede tre forme diverse di movimenti, che combinandosi tra loro, costituiscono l'insieme delle tecniche del karate:
  • kihon o tecniche di base, che rappresenta le fondamenta su cui si sviluppa l'intera arte marziale, cioè lo studio e l'esercizio di tecniche di base e semplici sequenze. Durante il kihon si impara a colpire, parare e calciare. I movimenti base comprendono parate di braccia, colpi, calci, attacchi di mano o di calcio e le varie posizioni, gesti che vanno ripetuti in modo preciso e meticoloso, sia per il potenziamento muscolare che per memorizzare le tecniche;
  • kata o schemi. I kata sono una serie di combinazioni dei movimenti di base  che simulano un combattimento contro uno o più avversari immaginari. I kata di Base sono i cinque heian, propedeutici ai kata superiori come i Bassai, i kanku ed i Ji, specifici per migliorare potenza e vigore, oppure rapidità e leggerezza;
  • kumite o combattimento reale, che consente agli studenti di mettere in pratica le tecniche imparate lottando gli uni contro gli altri, spesso anche durante i tornei, utilizzando tecniche di braccia, gambe, gomiti e ginocchia. Il kumite è molto vicino al combattimento reale ed i due karateka eseguono le mosse l'uno contro l'altro. esistono varie forme di kumite, che devono essere praticati fin dai primi allenamenti. Esiste il kihon kumite o combattimento di base, che serve a potenziare la tecnica portata con massima rapidità, efficacia e precione. Successivamente si può praticare il Ju Ippon kumite o combattimento semilibero, nel quale si deve misurare la scelta della distanza e del tempo in cui portare un attacco o una difesa con autocontrollo. infine come completamento vi è il Ju kumite o combattimento libero, nel quale si affina la strategia e la tattica nel studiare l'avversario ed i suoi momenti di debolezza, in modo che le tecniche adottate risultino efficaci.        Il karate è fra le attività sportive che richiede maggiore dispendio energetico. Al pari di altre arti marziali è uno sport completo, infatti tutti i muscoli e le articolazioni del corpo vengono coinvolti durante l'esecuzione delle tecniche. E'importante che tutti i muscoli del corpo siano adeguatamente preparati, prima di cominciare la parte tecnica: gambe, braccia, addominali e dorsali devono essere tenuti in continuo esercizio. altrettanto importante è la mobilità articolare, soprattutto le articolazioni scapolo-omerali e coxo-femorali, che condizionano l'ampiezza di tutti i movimenti. Non esiste una metodologia di allenamento universale, gli esercizi dovranno essere adattati alle condizioni fisiche, agli obiettivi e all'età degli atleti: per i bambini si privilegia l'aspetto ludico, proponendo esercizi con funzione propedeutica alle tecniche vere e proprie; per gli agonisti il lavoro sarà finalizzato al potenziamento fisico e al miglioramento tecnico e tattico; infine gli amatori lavoreranno sulla tecnica, senza tralasciare il potenziamento fisico, che dovrà essere idoneo alle condizioni fisiche dei singoli.

I benefici del karate

Tutti i popoli del mondo hanno sviluppato, ad un certo punto della loro storia, una cultura del combattimento, ma nella loro mentalità i popoli dell'oriente non hanno dimenticato che l'addestramento al combattimento è una preziosa forma educativa sia fisica che morale. Il karate è prima un'arte marziale e poi uno sport, il che significa che i benefici del karate influiscono in modo globale su chi lo pratica, non solo da un punto di vista fisico.
Il termine giapponese "karate" viene tradotto letteralmente come "mano vuota" e proprio questo suo significato ci fa capire come si tratti di uno sport pensato per la difesa, piuttosto che per l'attacco, e basato sull'equilibrio e sul controllo, piuttosto che sulla tensione e sull'istintività.
Il karate oltre ad essere un metodo di autodifesa estremamente efficace, è una disciplina completa per lo sviluppo fisico e spirituale dell'individuo. L'acquisizione di autocontrollo e serenità, un corpo sano, sciolto e potente sono solo alcune delle caratteristiche di quest'arte marziale, la cui pratica è fondata su principi etici e morali di indubbio valore formativo.
Il karate è una disciplina che tutti possono praticare: uomini, donne e bambini, da disabili, da chi soffre di disturbi mentali o del comportamento o da chi ha problemi fisici, come scoliosi, vizi posturali ecc., adattando l'allenamento alle caratteristiche dei singoli partecipanti. Le sole doti necessarie sono: la buona volontà ed il desiderio di migliorare la conoscenza di se stessi.
Il "karate-do" o "sentiero del karate" conduce ad una conoscenza profonda ed al miglioramento di se stessi. La persona non è solo un corpo che compie movimenti e non è solo una mente che pensa o un cuore pieno di emozioni, ma è tutto questo insieme, un'unitarietà: corpo, mente e cuore sono in stretto contatto. Il  karate insegna che i movimenti del proprio corpo son strettamente legati a come si è, alla propria personalità. L'allenamento coinvolge tutta la persona e diventa un'occasione per entrare in diretto contatto con noi stessi, con i propri limiti e le proprie qualità, consentendo da un lato di migliorarsi e dall'altro di accertarsi per come si è.
Se si è predisposti per le arti marziali, la loro pratica ha numerosi benefici:
  • porta ad essere attivi ed in forma, ed è un'ottima disciplina che permette di sfogare le proprie energie in modo costruttivo;
  • sviluppa un carattere sano ed una disciplina, che insegna ad affrontare i sacrifici, resistere allo sforzo e a non lamentarsi. Si impara a controllare se stessi, ad osservare le proprie debolezze ed a superarle con la concentrazione, la forza di volontà e una tenacia sempre maggiori, senza mai arrendersi;
  • dona la capacità di sapersi rialzare dopo le cadute, rimettendosi a lavorare;
  • aiuta a controllare se stessi, a mettere a fuoco le proprie debolezze ed a migliorarsi, superando i propri limiti e aumentando la fiducia in se stessi;
  • grazie al contatto con persone più forti e più deboli, si svilupperanno sentimenti quali l'umiltà e il rispetto di noi stessi;
  • dal punto di vista fisico , aiuta a migliorare una serie di qualità come agilità, flessibilità, riflessi, equilibrio, capacità di coordinazione e motorie;
  • contribuisce ad irrobustire la struttura ossea, articolare e muscolare, infatti usando indistintamente i 4 arti e un'infinita varietà di posture e schemi motori, risulta una delle pratiche più complete;
  • insegna la respirazione diaframmatica, sviluppa un'eccezionale prontezza di reazione e un grado elevato di attenzione;
  • inoltre ha un impatto nella vita sociale di un individuo, perché gli allenamenti sono collettivi e creano un senso di solidarietà e di sana competizione.
Proprio a causa delle tecniche che si insegnano nel karate, ognuno ha una grande responsabilità nei confronti del proprio partner sportivo e nei confronti della società. Secondo la filosofia del karate, tutti coloro che sono veramente forti non hanno bisogno di dimostrarlo nelle risse o con un comportamento aggressivo sia nel "Dojo" che nella vita privata. Il karateka ha un suo stile di vita, il "Dojokun" e delle regole da seguire.
Non ci sono scorciatoie né premi: il lavoro da fare è tanto e il risultato è una crescita personale che prescinde da medaglie e riconoscimenti esterni.
I tanti aspetti positivi rendono questa disciplina ideale e consigliata ad ogni età, sia per uno sviluppo fisico e motorio, che da un punto di vista sociale e interpersonale.
Il fine ultimo del karate è vincere senza combattere. 
Seikichi Toguchi, un famoso Maestro, scrisse: "L'essenza del karate è la capacità di sorridere in ogni occasione. Anche nei momenti più difficili. Se non riesci a sorridere non puoi combattere, saresti rigido e potresti facilmente venire sconfitto .... ma se riesci a sorridere che bisogno hai di combattere?".

Le cinture nel karate

In quasi tutte le arti marziali, è uso allenarsi indossando un abito adeguato, chiamato "gi" (si pronuncia ghi); nel karate si usa il karate-gi o kimono, composto da pantaloni lunghi (zubon) e casacca (uwagi), solitamente bianchi. La casacca si chiude in vita con una cintura colorata, il cui colore designa il grado raggiunto dal praticante. 
Fu il Maestro Gichin Funakoshi ad adottare per primo quest'abito, infatti, in occasione della sua dimostrazione a Tokyo, lui ed un suo allievo indossarono un karate-gi fatto da Funakoshi stesso la notte precedente, ispirandosi al modello del judo-gi ed utilizzando però un atela più leggera e comoda. il colore bianco è quello naturale del cotone non tinto, essendo un abito semplice ed umile.
Ormai le cinture colorate, e soprattutto quella nera, sono un simbolo universalmente riconosciuto in tutto il mondo, che identificano il karateca. 
La cintura nel karate è un riferimento che indica l'abilità, attestata dal superamento di appositi esami, nella pratica della disciplina di chi la indossa.
Il nome giapponese per cintura è "Obi" e poteva essere di corda di cotone e chi poteva permetterselo, anche di seta. Le prime cinture furono in cotone larga circa 3,5 cm e lunga 220 cm tali da permettere due giri e tenere chiuso il kimono. Solo nel 1907 fu introdotta la prima cintura rigida in cotone, simile a quella che conosciamo oggi.
In origine la cintura era solo bianca. Con il passare del tempo, a furia di utilizzarla, essa si sporcava e di conseguenza si anneriva. Perciò più una cintura era nera, ovvero sporca, più significava che veniva indossata da molto tempo; ciò significava che uno con la cintura nera praticava il karate da molto e quindi era bravo, mentre uno con la cintura bianca era solo agli inizi. 
Per una certa corrente di pensiero la cintura non va mai lavata, perchè l'acqua la pulirebbe dal sudore versato sul tatami e conseguentemente dall'esperienza maturata come karateca. Da qui ha avuto origine la colorazione delle cinture bianca e nera e in seguito tutte le colorazioni intermedie in ordine cromatico. 
Nel 1924 Gichin Funakoshi usò il sistema dei dan ed indicò i gradi con un set limitato di colori di cintura, pratica adottata anche dagli altri Maestri di Okinawa. in tale sistema kyu/dan i gradi per principianti cominciano con un kyu numerato in maniera crescente ed avanza in maniera decrescente fino al kyu di numero più basso ( dal 9 kyu al 1 1 kyu), mentre il dan inizia col 1 dan, sino a giungere ai dan di grado più elevati
Il primo grado intermedio tra la bianca e la nera fu la cintura verde. I colori sono di recente invenzione: negli anni 20' in Francia fu sperimentato un sistema di classificazione, utilizzando colori differenti, poi diffuso in tutti i club europei, ma solo negli anni 50' si sono moltiplicati ed ecco spuntare i colori che conosciamo. 
Il colore delle cinture non è scelto a caso, ma esprime, metaforicamente, una crescita interna, tra il sè , gli altri e l'universo. I vari colori devono servire ad ogni praticante ad indicare il proprio grado di maturazione, il livello di preparazione dell'atleta. Si parte con la cintura bianca per poi passare alla gialla, arancione, verde, blu, marrone e nera. vi sono poi sette gradi di cintura nera o dan. il passaggio da una cintura all'altra è subordinato al superamento di un esame di idoneità, durante il quale si deve dar prova delle conoscenze e delle abilità apprese. In casi eccezionali la cintura di grado superiore può essere acquisita per meriti sportivi.
  • il BIANCO è la purezza, l'inizio;
  • il GIALLO è il colore del seme che sta per germogliare, del praticante che si appresta a nascere e a crescere rigoglioso, e rappresenta la speranza;
  • l' ARANCIO è il colore del fuoco, dell'aggressività che deve essere temprata, e rappresenta la dinamicità e il continuo evolvere e mutare,
  • il VERDE è la crescita della pianta;
  • il BLU è il cielo verso il quale si dirige la crescita, il cielo è infinito, quindi rappresenta il non avere limiti;
  • il MARRONE è della terra, alla quale dobbiamo sempre rimanere attaccati, la pianta affonda le radici, che ricordano il passato, ciò che si è fatto, ciò che si è appreso, alzando la testa verso il cielo con arroganza, rappresenta l'umiltà (infatti si dice "rimanere con i piedi per terra");
  • il NERO è il colore delle tenebre, dei turbamenti, delle distrazioni che dovremo sempre respingere nel nostro cammino, ma è anche la somma di tutti i colori precedenti, non un livello successivo, ma comprensivo di tutti i livelli precedenti.
Alcune scuole introducono la cintura viola tra la blu e la marrone.
Esistono poi le cinture bicolori, a strisce, o divise in due, utilizzate per incrementare i livelli intermedi tra i colori classici. bianco-gialla; verde-blu; ecc.
Questa scala cromatica si spiega  con il fatto che gli studenti delle prime scuole, probabilmente tingevano ripetutamente la stessa cintura di vari colori man mano che progredivano nella gerarchia. Quindi è ovvio che è possibile tingere senza difficoltà una cintura gialla per renderla verde e non viceversa.
Dopo la cintura nera o kuru Obi ci sono ancora la cintura metà bianca e metà rossa, che identifica i gradi del 6° e del 7°dan e la cintura rossa per l'8° dan.

lunedì 22 luglio 2019

Regole per annodare la cintura

Ogni karateka sa bene quanto siano importanti l'ordine e la disciplina,  che dovrà dimostrare sia nella disciplina che nella cura del suo abito di allenamento, il karategi di cotone bianco, composto da una giacca o uwagi, un pantalone o zubon e una cintura, obi, annodata in modo particolare. Si dice che, il karategi deve essere bianco come il fiore del ciliegio, simbolo dei samurai e quindi sinonimo di forza, purezza d'animo e coraggio.
Una cosa che ogni karateka dovrà essere in grado di fare è il nodo alla propria cintura, imparare il metodo con cui allacciare correttamente la cintura. E' un gesto molto importante, perché non si tratta solo di "fare il nodo alla cintura", di un atto rituale, ma ma serve ad imparare a prestare attenzione ai piccoli dettagli ed a far nascere la consapevolezza del rispetto dell'altro e della gerarchia sociale che si crea tra gli allievi di diverso livello di pratica.
La cintura fu introdotta per tenere chiuso il kimono ed impedire alla giacca di aprirsi durante il combattimento. da allora la cintura ha assunto diverse funzioni: durante il combattimento serve ad indicare all'avversario il punto esatto del baricentro ed aiuta nell'apprendimento delle tecniche di respirazione.
Il punto esatto in cui posizionare la fascia corrisponde al baricentro del corpo, quindi prima di fare il nodo, il karateka dovrà sovrapporre il centro esatto della cintura più o meno all'altezza dell'ombelico.





Annodare un obi è un esercizio di pazienza:
- si avvolge la cintura intorno alla vita, il punto centrale è posto sotto l'ombelico, il nostro centro di energia;
- dietro la schiena la cintura viene incrociata e i due lembi tornano frontali, dopo aver avvolto la schiena; questo atto ricorda di essere preparati per coloro che potrebbero attaccare alle spalle;
ora si incrociano le due parti formando una X, ricordandoci che ciò che accade dietro la schiena, può avvenire anche di fronte;
- ora portare un'estremità sotto la cintura e l'altra verso il basso, per ricordare al karateka le due direzioni in cui la nostra mente può viaggiare e l'importanza di cercare un miglioramento continuo, bilanciando le forze tra cielo e terra,
- infine legando bene il nodo ricordiamo di stringere con forza la nostra determinazione e di fortificare il nostro spirito, manifestando in ogni pratica i valori che definiscono un karateka
- i due lembi scendono in modo uniforme da entrambi i lati, cercando che uno non sia più lungo dell'altro ad indicare l'equilibrio fisico e spirituale, ma anche a ricordare che l'eccellenza può essere raggiunta solo quando l'allenamento fisico è equilibrato con la preparazione spirituale: mente-tecnica-corpo.

Etimologia



La pronuncia italiana che più si avvicina alla parola giapponese è "karatè", ma senza marcare l'accento, pronunciato in maniera quasi neutra, con un lieve peso maggiore sulla sillaba finale "te", infatti mentre la grammatica italiana accenta le parole tronche in vocale (ad esempio vicerè), la lingua giapponese non ha accenti e ogni sillaba nella pronuncia ha lo stesso peso.
Il termine risale all'epoca in cui il Maestro Gichin Funakoshi portò da Okinawa a Tokyo l'antica arte da combattimento dell'isola, che fino ad allora veniva genericamente denominata "To-de", ossia "Mano della Cina", a testimonianza dell'origine di tale disciplina.
Il termine "To-de" fu in seguito modificato nella grafia e nell'ideogramma dallo stesso Funakoshi, divenendo kara-te, e cambiando il significato della parola "kara" da quello di "Cina" a quello di "vuoto", mentre mantenne "te" il significato di mano. Da allora il termine  karate fu identificato come "l'arte della mano vuota".

giovedì 18 luglio 2019

Storia del karate


      
“Proprio come uno specchio che riflette le immagini senza distorsioni, come in una tranquilla vallata che rimanda l’eco, così  uno studente di karate deve purgare sé stesso da pensieri egoisti e malvagi, poiché solamente con una mente ed una coscienza chiara e limpida egli potrà capire ciò che sta ricevendo’’.
                                                                            Gichin Funakoshi

Il karate è tra le più efficaci ed antiche arti marziali di difesa. Oggi in tutto il mondo, ha assunto grande popolarità come sport agonistico, che mette in risalto sia la disciplina mentale sia la forza fisica. Quella che nacque come arte marziale, è sopravvissuta e si è trasformata fino a diventare non soltanto un efficacissimo mezzo di difesa personale senza armi, ma anche uno sport entusiasmante. Sebbene sia nata come arte marziale che insegna il combattimento e l'autodifesa, il Karate si è tramutato nel tempo in una filosofia di vita, in un impegno costante nella ricerca del proprio equilibrio, in un insegnamento a "combattere senza combattere", per diventare forti, modellando il carattere, guadagnando in consapevolezza, acquisendo il gusto della vita, la capacità di sorridere e quella di lavorare con determinazione e nel rispetto degli altri. Il praticante di karate dovrebbe allenare la propria mente affinché sia sgombra, vuota da pensieri di orgoglio, vanità, paura, desiderio di sopraffazione; dovrebbe aspirare a svuotare il cuore e la mente da tutto ciò che provoca preoccupazioni, non solo durante la pratica marziale, ma anche nella vita. Si può quindi riassumere che il karate è un'arte; una disciplina che si applica a mani nude, di origine giapponese e che rafforza il corpo e lo spirito. Solo quando questo insegnamento verrà compreso appieno - sostengono i suoi estimatori - l'uomo saprà di essere libero e l’allievo potrà essere veramente libero e realizzato. Ciò vuol dire che il praticante di karate dovrebbe allenare la propria mente affinché sia sgombra da pensieri di orgoglio, paura desiderio di sopraffazione e da tutto ciò che provoca preoccupazioni non solo durante la pratica marziale, ma anche nella vita.
Attualmente viene praticato sia in versione sportiva con finalità competitive, tipiche dell’agonismo, sia come arte per la difesa personale.
Descrivere in modo dettagliato l'evoluzione del karate risulta difficile per la mancanza di fonti storiografiche certe, infatti si possono solo formulare ipotesi riguardo alla nascita e alla diffusione iniziale di quest'arte marziale, utilizzando rare fonti costituite perlopiù da racconti e leggende trasmessi oralmente.
Il karate è un arte marziale, cioè una tecnica di combattimento, nata nelle isole Okinawa e che prevede la difesa a mani nude, senza l'ausilio di armi, infatti la parola karate vuol dire "mano vuota". Questa antica disciplina è nata come difesa delle persone ed anche oggi conserva le caratteristiche di sport per difesa personale. Nel passato, erano solamente gli uomini a studiarlo e praticarlo, ma con i secoli, anche le donne si sono avvicinate a questa disciplina.
Secondo le più accreditate credenze popolari, la nascita del karate è legata alla proibizione dell'uso delle armi nell'arcipelago delle isole. Per mantenere la pace e prevenire rivolte, intorno al 1500 gli invasori cinesi vietarono il possesso di armi alla gente comune, compresi gli utensili di uso quotidiano come bastoni e falcetti, che dovevano essere raccolti e chiusi nei magazzini durante la notte, così gli abitanti si dedicarono in segreto allo studio di una forma di autodifesa da usare contro gli invasori. Il divieto, infatti, non condusse all'estinzione delle arti marziali, ma anzi li spinse ad evolversi in segreto: lo studio delle armi fu sostituito dallo studio degli attrezzi agricoli usati come armi: falci, kunai, coltelli ed il famoso nunchaku, che serviva per battere il riso. L'isola di Okinawa divenne un grande laboratorio dove i diversi stili di combattimento autoctoni, basati su lotta, colpi rudimentali e leve, si svilupparono grazie all'influenza di uno stile di kung Fu cinese e al baihequan, una sorta di pugilato usato dai monaci. Questa scuola si evolse focalizzando tutta la forza in singoli colpi atti a sconfiggere  avversari in armatura. 
Per difendersi dal conquistatore, gli isolani si allenavano clandestinamente divisi in piccoli gruppi per perfezionare le tecniche di combattimento, il che contribuì a differenziare gli stili anche all'interno dell'isola. Quest'arte era praticata esclusivamente dai nobili, che la tramandavano di generazione in generazione, da padre in figlio e quindi era conosciuta da una ristretta cerchia di praticanti. L’atto di vietare l’uso delle armi, spinse l’arte marziale di Okinawa a svilupparsi per lungo tempo in segreto, nel timore di essere perseguitati per la pratica di questi metodi di combattimento, che per lungo tempo rimasero privilegio dei nobili, e proprio questa segretezza è la causa della scarsità d’informazioni su queste antiche forme. Il divieto all'uso delle armi continuò anche nel XVII secolo quando l'isola fu conquistata da un signore feudale giapponese.  
Non abbiamo notizie certe sulle forme di combattimento autoctone, prima dell' introduzione di tali tecniche.
Tra il XVII ed il XVIII secolo, l
' improvviso impoverimento delle classi alte ed il conseguente appiattimento sociale fecero sì che gli esponenti di quest'ultime iniziassero a dedicarsi al commercio o all’artigianato. Le classi nobili si impoverirono e diventarono contadini, così l' “arte segreta” iniziò a penetrare anche al di fuori della casta dei nobili. 
Altre credenze collegano le arti marziali alla religione. La tradizione vuole che i monaci buddisti praticassero un allenamento fisico che consentisse loro di sopportare lunghi periodi di meditazione ed immobilità, e che avesse anche finalità di difesa, visto che erano spesso vittime di ruberie ed aggressioni.
Nacquero allora numerose interpretazioni del cosiddetto Okinawa- Te o Te-Do, che presero il nome dai villaggi in cui si svilupparono.

Nel corso del XIX secolo Okinawa fu assimilata alla cultura giapponese ed il significato delle tecniche di combattimento a mano nuda si modificò: fu riconosciuto il valore educativo dell'okinawa-te e si prese la decisione di insegnarlo nelle scuole e nelle università locali. Incominciò la formalizzazione delle tecniche e vennero formati quegli adepti che avrebbero trasmesso la loro arte fuori dell'isola. A partire dal 1750, grazie all’opera del Maestro Sakugawa, l’insegnamento del karate divenne più razionale e codificato, e nacque, così, il karate tradizionale, il cui scopo è la ricerca di uno stato mentale adatto allo sviluppo delle proprie capacità psicofisiche, attraverso un allenamento appropriato. Fu Sokon Matsumura, suo successore, il primo Maestro a strutturare il karate in maniera organica, mentre il suo allievo Anko Itosu ebbe il merito di introdurre il karate nell'educazione scolastica, compiendo una svolta epocale per la diffusione del karate. Il karate come lo conosciamo oggi, prese forma solo all'alba del ventesimo secolo, proprio sotto la guida di Itosu Anko, che facendo uscire l'antica arte di Okinawa dalle porte chiuse della "segretezza", riuscì a rendere di pubblico dominio un'interpretazione semplificata del karate: da un tipo di insegnamento individualizzato si passò ad una formazione di gruppo. Egli prese ispirazione dai metodi di formazione dei soldati, in cui un solo insegnante istruiva numerosi allievi impartendo un comando per ogni gesto da eseguire.
In seguito il Maestro Funakoshi, fondatore dello stile Shotokan, che basa l’efficacia delle tecniche su spostamenti agili ed attacchi penetranti, insegnò che il karate è una “disciplina interiore”, capace di condizionare tutti gli aspetti della vita dei praticanti. Dopo le sue prestigiose esibizioni a Tokyo nel 1922, il karate, venne riconosciuto anche al di fuori dell’isola di Okinawa e da allora si è diffuso in gran parte del mondo.
Gichin Funakoshi, il padre del karate moderno, morì il 26 aprile del 1957 all’età di 89 anni. Sulla sua pietra tombale nera, a forma di croce, si leggono le parole “Karate ni sente nashi” (Il Karate non conosce primo attacco).
Alcuni anni dopo Funakoshi, altri Maestri di karate elaborarono stili differenti nelle varie regioni in cui si stabilirono. Nel corso del XX secolo il karate superò i confini giapponesi per giungere in Europa occidentale e in America e proseguire il suo sviluppo fino ad arrivare ai nostri giorni. Durante
gli anni precedenti e successivi alla seconda guerra mondiale, in particolare, gli occidentali vennero a contatto e si interessarono al Karate e alle altre arti marziali giapponesi. Dopo il bombardamento di Tokyo e lo scoppio delle due guerre bombe atomiche, la arti marziali attraversarono un periodo di crisi, infatti il Governo americano ne proibì la pratica. Nel 1952, il Comando Strategico dell'Aviazione Militare degli USA, inviò in Giappone un gruppo di giovani ufficiali e sottoufficiali per studiare il Judo, l'Aikido ed karate, allo scopo di formare istruttori di educazione fisica. Da allora  iniziarono ad arrivare i primi gruppi di praticanti, prima militari ed in seguito semplici cittadini, sia dell'America che dall'Europa. Nel 1957 si tenne il primo Campionato del Giappone di karate ed allora i dirigenti della Japan karate Association, il cui sogno era la diffusione del karate oltre i confini nipponici, decisero di inviare nel mondo i loro migliori tecnici: molti maestri giapponesi e cinesi si trasferirono in Europa, soprattutto in Francia e in America, dove insegnarono la loro disciplina, diffondendola rapidamente in tutto il mondo occidentale. Nel 1964 nacque la prima Federazione mondiale di karate, il cui intento era quello di riunire i maggiori stili di karate e di avere un controllo legale sulle singole organizzazioni, garantendo la certificazione dei sistemi di istruzione e delle attività competitive. Da allora l'evoluzione del karate non ha avuto limiti ed il karate si è diviso in due filoni: quello sportivo, con finalità agonistici, e quello tradizionale, che ha cercato di mantenere un legame solido con la tradizione.